David Bowie morto, addio all’uomo delle stelle. Il ritratto di Claudio Fabretti

È uscito di scena nel modo più spettacolare, quello che forse sognava, sicuramente quello che il suo genio visionario meritava. Al culmine della (ritrovata) popolarità, dopo aver appena pubblicato un album splendido, il suo migliore da diversi anni, di nome “Blackstar”. Un disco colmo di intuizioni musicali e di presagi inquietanti. David Bowie, il Duca Bianco, l’uomo delle stelle, l’alieno caduto sulla Terra, il fuoriclasse trasformista del rock mondiale saluta il mondo mentre il suo testamento musicale è appena uscito nei negozi (l’8 gennaio, proprio nel giorno del suo sessantanovesimo compleanno).

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L’annuncio è arrivato direttamente dal profilo Facebook del grande artista inglese e conferma è successivamente arrivata su Twitter dal figlio Duncan Jones, regista di sicuro talento che saprà tenere alto il nome del padre. Classe 1947, David Bowie lottava da 18 mesi una dura battaglia contro il cancro. Proprio mentre era alle prese con la malattia, ha registrato le canzoni – e i video, magnifici e disturbanti – di “Blackstar”. Un album il cui titolo, secondo il volere dell’autore, non andrebbe scritto ma solo illustrato grazie al disegno di una stella nera.  Accompagnato da un drappello di straordinari musicisti jazz, Bowie aveva ancora una volta spiazzato tutti, con un lavoro fatto di grandi orchestrazioni e arrangiamenti elettronici, di avant jazz e drum’n’bass: sette brani lunghi, addirittura di 10 minuti nel caso della traccia che dà il titolo al disco: una vera e propria suite, vicina al prog-rock, praticamente tre canzoni in una, con tanto di intermezzo soul, suggellata da un canto solenne, vicino a quello del suo maestro Scott Walker. Emozionava davvero ritrovare David al culmine dell’ispirazione, tra nuove allucinazioni scandite da ritmi robotici (“Girl Loves Me”), temerarie incursioni al confine col noise-rock (la scurissima “Lazarus”) o il drum’n’bass (“Sue”), struggenti ballate che riesumavano le atmosfere torbide e vellutate degli anni d’oro (“Dollar Days”, “I Can’t Give Everything Away”).  “Blackstar” è stata l’ultima prodezza di un artista che non ha mai smesso di stupire, neanche negli anni del suo (apparente) declino. Come spiegare, altrimenti, la magia di brani come “Loving The Alien” o “Absolute Beginners”, usciti nel pieno della crisi d’ispirazione degli anni Ottanta?  David Bowie è stato uno, nessuno e centomila. Un genio mutante, pervaso dall’incessante ansia di percorrere e precorrere i tempi: “Time may change me, but I can’t trace time” (“Changes”, 1971) è sempre stato il suo credo. Ma il trasformismo è stata solo la più appariscente tra le arti di questo indecifrabile dandy caduto sulla Terra, incarnazione di tutte le fascinazioni e contraddizioni del rock e, in definitiva, della stessa società occidentale. Nessuno come lui ha saputo mettere a nudo i cliché della stardom, il rapporto morboso, ma anche ipocrita, tra idoli e fan, il falso mito della sincerità del rocker, l’assurdità della pretesa distinzione tra arte e commercio. Bowie è stato anche uno dei primissimi musicisti a concepire il rock come “arte globale” (pop-art?), aprendolo alle contaminazioni con il teatro, il music-hall, il mimo, la danza, il cinema, il fumetto, le arti visive. Con lui è scomparso ogni confine tra cultura “alta” e “bassa”. Perché – secondo una sua stessa felice definizione – “è insieme Nijinsky e Woolworth”. È grazie ai suoi show che il palcoscenico del rock si è vestito di scenografie apocalittiche, di un’estetica decadente e futurista al contempo, retaggio di filosofie letterarie e cinematografiche, ma anche dell’arte di strada dei mimi e dei clown. E in ambito musicale la sua impronta è stata fondamentale nell’evoluzione di generi disparati come glam-rock, punk, new wave, synth-pop, dark-gothic, neo-soul, dance, per stessa ammissione di molti dei loro esponenti di punta. Ma il suo charme da dandy conturbante non è sfuggito neanche al cinema, che lo ha ritratto in una galleria multiforme di personaggi, dall’ufficiale inglese di “Furyo” (“Merry Christmas Mr. Lawrence”) all’improbabile sovrano di “Labyrinth”.  Esploso nel 1969 con la ballata spaziale di “Space Oddity”, ispirata dal leggendario “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, Bowie ha trovato il suo primo filone d’oro nel glam, nell’epopea dei dudes, i neo-fricchettoni degli anni 70 che stavano trasformando gli ormai vetusti raduni eco-pacifisti dei loro cugini hippie in uno sfrenato festival del kitsch. “Rock’n’roll col rossetto”, l’avrebbe ribattezzato scherzosamente John Lennon, che proprio insieme a Bowie firmerà “Fame”. Nascono così capolavori come “Hunky Dory”, trascinato dalla sempiterna “Life On Mars?”, “Ziggy Stardust”, monumentale concept-album ispirato all’alieno dai capelli color carota e dalla sessualità ambigua, e “Aladdin Sane”, il disco della saetta multicolore dipinta in viso, una raffinata dissertazione sui paradossi della fama e sull’alienazione della società occidentale.  Poi è stato il tempo di Berlino, ideale “tela” dello psicodramma curativo del Duca Bianco (“E’ stata la mia clinica”, ricorderà, dopo i terribili anni degli eccessi chimici nell’inferno di Los Angeles), ma anche metafora del suo senso di angoscia e smarrimento. Nella città tedesca, ancora lacerata dal Muro, è nata la trilogia espressionista concepita con Brian Eno (“Low”-“Heroes”-“Lodger”), che ha mutato per sempre i codici genetici del rock, aprendo la strada alla new wave più glaciale ed elettronica.  Sarebbe già bastato tanto, per incorniciare una carriera stellare. Ma poi sono arrivati negli anni altri colpi memorabili, da “Scary Monsters” (con l’altra allucinazione elettronica di “Ashes To Ahes” immortalata dal leggendario clown del videoclip) alla svolta patinata e discotecara di “Let’s Dance”, dalla riscossa degli anni 90 di lavori spiazzanti come “Earthling” e “Outside” alla inaspettata vena creativa di questi anni Dieci: prima il nostalgico “The Next Day”, poi l’ultima meraviglia di “Blackstar”, testamento definitivo della sua arte sconfinata.  Per il rock è una perdita incolmabile. Ma se è vero, come scrivono Fred Frith e Howard Howe nel saggio “Art Into Pop”, che “Bowie è una tela nera sulla quale la gente scrive i propri sogni”, non resterà che chiudere gli occhi per continuare a vivere sospesi per sempre nella sua polvere di stelle.

Eleonora Daniele e le lacrime per il fratello scomparso: “Quando mi parli sono in Paradiso”

Un rapporto profondo come di solito avviene tra fratelli ed ancor più quando la vita non è stata generosa quello tra Eleonora Daniele, conduttrice Rai, ed il fratello Luigi, mancato ieri nell’ospedale di Treviso a 44 anni. Ha messo a disposizione la sua notorietà per la causa dell’autismo, di cui il fratello era affetto dalla nascita, per far conoscere e soprattutto far continuare la ricerca, presiedendo l’associazione Life Inside fondata assieme alle altre due sorelle Elena e Cosetta Daniele.«Guardarti negli occhi è il solo modo per entrare.

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Quando il tuo mondo ha voglia di comunicare con il mio. Non è sempre possibile, ma se ciò avviene diventa per me un Paradiso, dove il sole mi scalda, dove posso perdermi tra i mille colori dei fiori del tuo giardino, dove i tuoi sogni diventano i miei», è il pensiero che ha scritto nel sito dell’associazione. Parole rivolte a Luigi, ma anche a tutti coloro che si trovano ad affrontare questa malattia.  Un lutto quindi ancora più profondo che arriva a 5 anni dalla scomparsa dell’indimenticato papà Antonio, per la 38enne di Saonara, ultima di quattro figli, due sorelle ed il fratello Luigi. Al grande pubblico si è presentata partecipando al Grande Fratello 2 dopo aver lavorato per un’azienda di telecomunicazioni, una banca privata e fatto la modella ed indossatrice. Poi ecco fiction, programmi tv, approdando a varie conduzioni nella rete ammiraglia della Rai.  Bella certo, ma capace e molto professionale Eleonora, sempre cordiale, mai sopra le righe. Pronta nei casi opportuni a raccontare anche della particolare situazione del fratello se e solo se, utile per far riflettere e impegnarsi. Non una intimità svelata per “fare audience”. Per questo la notizia della scomparsa di Luigi è giunta ieri in modo dirompente. Al grande pubblico l’ha comunicatata il direttore generale di Rai Uno Giancarlo Leone attraverso twitter.

Brad, scalatore 36enne, fino in cima per chiedere alla sua Jainee di sposarlo: al ritorno precipita e muore

20140821_76892_10606358-10152351466210852-4670309182681065746-nDoveva essere uno dei giorni più belli della loro vita, ma si è trasformato in un dramma. Brad Parker, 36enne scalatore professionista, aveva pianificato di chiedere alla sua Jainee di sposarlo in cima ad una montagna.
Brad aveva deciso di organizzare una scalata con alcuni colleghi e amici nei pressi del Parco nazionale di Yosemite, in California, per poi dare l’anello alla sua fidanzata. Ancora euforici e commossi, i due innamorati alla fine hanno iniziato le operazioni di discesa.
Qualcosa, però, è andato storto e Brad è precipitato nel vuoto, finendo nei pressi di una strada asfaltata. Sono in corso indagini per stabilire le cause della tragedia: probabilmente l’uomo è sceso troppo velocemente e qualche gancio non ha funzionato a dovere. Lo riporta l’edizione online di ABC News.

Lutto per Biagio Antonacci, morto il papà: “Vorrei poterti ripetere all’infinito grazie”

imagesÈ morto a 79 anni Paolo Antonacci, papà del cantautore Biagio. L’uomo era gravemente malato.   Questo il messaggio lasciato su Facebook dal cantautore, in ricordo del papà: «Vorrei poterti ripetere all’infinito grazie ….. Perché grazie a te ho preso la vita come era giusto prenderla. Te ne vai nei giorni di gloria e di festa …. In silenzio….come amavi fare le cose. Spero che la forza sospenda l’eterno dolore//che la vita abbia un senso più forte / E che l’amore
sia anche questa assenza. Canterò più forte.
Con infinito onore.
Ciao Papà……B.»