Alex Belli nudo non resiste alle curve della sua tentatrice

Sono volati alle Maldive per vivere senza inibizioni la loro unione. Per Alex Belli e Mila Suarez, insieme da pochi mesi, la passione è già alle stelle, e le immagini pubblicate da “Novella 2000” ne sono la conferma. I due si immergono nelle acqua cristalline completamente nudi dando il via a una sequenza di immagini hot tra baci e prese maliziose…

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Sembra di stare sul set di “Laguna Blu”, la celebre pellicola del 1980 con Brook Shields e Christopher Atkins, ma in questo caso non ci sono né registi né attori. Solo una scenografia spettacolare e due ragazzi innamorati. Mila Suarez, tentatrice dell’ultima edizione di Tempation Island, la cui somiglianza con Belen non passa inosservata, si lascia corteggiare nuda come mamma l’ha fatta tra le braccia del fidanzato Alex Belli. Anche lui in tenuta adamitica stringe a sé la compagna mentre le scocca un bacio sotto il seno. Addominali scolpiti per lui e curve al cardiopalmo per lei lasciano senza fiato.
Chiuso il matrimonio durato quattro anni con Katarina Raniakova, l’attore e giudice di “Selfie” ha ritrovato il sorriso grazie alla modella 28enne marocchina con cui ha sfilato sul red carpet anche all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

Isola, Raz Degan choc: “Tra un po’ scatta il cannibalismo…”. Ecco cosa sta succedendo

All’Isola dei Famosi il nervosismo è alle stelle. Neanche il chiarimento tra Malena e Samantha de Grenet ha fatto tornare un po’ di pace. La pornodiva infatti rivela a Nancy Coppola di essere stata ferita e che non si può più tornare indietro.

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“Tu dì sempre sì, che non fai mai peccato”, è il consiglio pragmatico della cantante neomelodica a Malena. Insomma, in Honduras la tensione si taglia con il coltello e la fame aggrava la situazione.
Per riportare un po’ di serenità, Raz Degan decide di andare a pesca: “Voglio prendere un pesce grande per sfamare la regina (Samantha de Grenet ndr.) e gli altri, perché tra un po’ scatta il cannibalismo. Magari troviamo la testa di Giulio di notte appesa sopra il fuoco…”, scherza l’attore israeliano.

David Bowie morto, addio all’uomo delle stelle. Il ritratto di Claudio Fabretti

È uscito di scena nel modo più spettacolare, quello che forse sognava, sicuramente quello che il suo genio visionario meritava. Al culmine della (ritrovata) popolarità, dopo aver appena pubblicato un album splendido, il suo migliore da diversi anni, di nome “Blackstar”. Un disco colmo di intuizioni musicali e di presagi inquietanti. David Bowie, il Duca Bianco, l’uomo delle stelle, l’alieno caduto sulla Terra, il fuoriclasse trasformista del rock mondiale saluta il mondo mentre il suo testamento musicale è appena uscito nei negozi (l’8 gennaio, proprio nel giorno del suo sessantanovesimo compleanno).

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L’annuncio è arrivato direttamente dal profilo Facebook del grande artista inglese e conferma è successivamente arrivata su Twitter dal figlio Duncan Jones, regista di sicuro talento che saprà tenere alto il nome del padre. Classe 1947, David Bowie lottava da 18 mesi una dura battaglia contro il cancro. Proprio mentre era alle prese con la malattia, ha registrato le canzoni – e i video, magnifici e disturbanti – di “Blackstar”. Un album il cui titolo, secondo il volere dell’autore, non andrebbe scritto ma solo illustrato grazie al disegno di una stella nera.  Accompagnato da un drappello di straordinari musicisti jazz, Bowie aveva ancora una volta spiazzato tutti, con un lavoro fatto di grandi orchestrazioni e arrangiamenti elettronici, di avant jazz e drum’n’bass: sette brani lunghi, addirittura di 10 minuti nel caso della traccia che dà il titolo al disco: una vera e propria suite, vicina al prog-rock, praticamente tre canzoni in una, con tanto di intermezzo soul, suggellata da un canto solenne, vicino a quello del suo maestro Scott Walker. Emozionava davvero ritrovare David al culmine dell’ispirazione, tra nuove allucinazioni scandite da ritmi robotici (“Girl Loves Me”), temerarie incursioni al confine col noise-rock (la scurissima “Lazarus”) o il drum’n’bass (“Sue”), struggenti ballate che riesumavano le atmosfere torbide e vellutate degli anni d’oro (“Dollar Days”, “I Can’t Give Everything Away”).  “Blackstar” è stata l’ultima prodezza di un artista che non ha mai smesso di stupire, neanche negli anni del suo (apparente) declino. Come spiegare, altrimenti, la magia di brani come “Loving The Alien” o “Absolute Beginners”, usciti nel pieno della crisi d’ispirazione degli anni Ottanta?  David Bowie è stato uno, nessuno e centomila. Un genio mutante, pervaso dall’incessante ansia di percorrere e precorrere i tempi: “Time may change me, but I can’t trace time” (“Changes”, 1971) è sempre stato il suo credo. Ma il trasformismo è stata solo la più appariscente tra le arti di questo indecifrabile dandy caduto sulla Terra, incarnazione di tutte le fascinazioni e contraddizioni del rock e, in definitiva, della stessa società occidentale. Nessuno come lui ha saputo mettere a nudo i cliché della stardom, il rapporto morboso, ma anche ipocrita, tra idoli e fan, il falso mito della sincerità del rocker, l’assurdità della pretesa distinzione tra arte e commercio. Bowie è stato anche uno dei primissimi musicisti a concepire il rock come “arte globale” (pop-art?), aprendolo alle contaminazioni con il teatro, il music-hall, il mimo, la danza, il cinema, il fumetto, le arti visive. Con lui è scomparso ogni confine tra cultura “alta” e “bassa”. Perché – secondo una sua stessa felice definizione – “è insieme Nijinsky e Woolworth”. È grazie ai suoi show che il palcoscenico del rock si è vestito di scenografie apocalittiche, di un’estetica decadente e futurista al contempo, retaggio di filosofie letterarie e cinematografiche, ma anche dell’arte di strada dei mimi e dei clown. E in ambito musicale la sua impronta è stata fondamentale nell’evoluzione di generi disparati come glam-rock, punk, new wave, synth-pop, dark-gothic, neo-soul, dance, per stessa ammissione di molti dei loro esponenti di punta. Ma il suo charme da dandy conturbante non è sfuggito neanche al cinema, che lo ha ritratto in una galleria multiforme di personaggi, dall’ufficiale inglese di “Furyo” (“Merry Christmas Mr. Lawrence”) all’improbabile sovrano di “Labyrinth”.  Esploso nel 1969 con la ballata spaziale di “Space Oddity”, ispirata dal leggendario “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, Bowie ha trovato il suo primo filone d’oro nel glam, nell’epopea dei dudes, i neo-fricchettoni degli anni 70 che stavano trasformando gli ormai vetusti raduni eco-pacifisti dei loro cugini hippie in uno sfrenato festival del kitsch. “Rock’n’roll col rossetto”, l’avrebbe ribattezzato scherzosamente John Lennon, che proprio insieme a Bowie firmerà “Fame”. Nascono così capolavori come “Hunky Dory”, trascinato dalla sempiterna “Life On Mars?”, “Ziggy Stardust”, monumentale concept-album ispirato all’alieno dai capelli color carota e dalla sessualità ambigua, e “Aladdin Sane”, il disco della saetta multicolore dipinta in viso, una raffinata dissertazione sui paradossi della fama e sull’alienazione della società occidentale.  Poi è stato il tempo di Berlino, ideale “tela” dello psicodramma curativo del Duca Bianco (“E’ stata la mia clinica”, ricorderà, dopo i terribili anni degli eccessi chimici nell’inferno di Los Angeles), ma anche metafora del suo senso di angoscia e smarrimento. Nella città tedesca, ancora lacerata dal Muro, è nata la trilogia espressionista concepita con Brian Eno (“Low”-“Heroes”-“Lodger”), che ha mutato per sempre i codici genetici del rock, aprendo la strada alla new wave più glaciale ed elettronica.  Sarebbe già bastato tanto, per incorniciare una carriera stellare. Ma poi sono arrivati negli anni altri colpi memorabili, da “Scary Monsters” (con l’altra allucinazione elettronica di “Ashes To Ahes” immortalata dal leggendario clown del videoclip) alla svolta patinata e discotecara di “Let’s Dance”, dalla riscossa degli anni 90 di lavori spiazzanti come “Earthling” e “Outside” alla inaspettata vena creativa di questi anni Dieci: prima il nostalgico “The Next Day”, poi l’ultima meraviglia di “Blackstar”, testamento definitivo della sua arte sconfinata.  Per il rock è una perdita incolmabile. Ma se è vero, come scrivono Fred Frith e Howard Howe nel saggio “Art Into Pop”, che “Bowie è una tela nera sulla quale la gente scrive i propri sogni”, non resterà che chiudere gli occhi per continuare a vivere sospesi per sempre nella sua polvere di stelle.