Ischia, scatti hot sul mare per Anna Brancati

Scatti rubati che stanno facendo impazzire il web. Fan scatenati su facebook per le immagini di una attrice bella e intrigante come lei che si bagna nel mare di Cartaromana a Ischia.

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E non poteva essere altrimenti nelle foto del re dei paparazzi napoletani, Eugenio Blasio, che ha sorpreso Anna Brancati, – l’attrice rivelazione del cinema italiano, scoperta dalla Comencini e ovviamente in Gomorra 2 nel ruolo della proprietaria del “negozio Caruso” dove lavorava ‘Patrizia’e dove si andava a vestire ‘Scianel’ – a bagnarsi nello specchio d’acqua degli scogli di Sant’Anna, dalla piattaforma a mare dello Strand Delfini.
La bella attrice flegrea che sta conoscendo momenti di grande popolarita’ e che anche in questi giorni e’ impegnata sull’ennesimo set, aveva gia’ attirato l’attenzione nel luglio scorso sempre sull’isola verde, in occasione del premio che ha ricevuto all’Ischia Global Film Fest, dove a differenza di altre star affermate o emergenti come lei, non aveva offerto particolari spunti di gossip, nonostante la sua prorompenza fisica e caratteriale ed il suo accattivante sorriso. Sempre composta seppure sorridente e travolgente nel suo modo di relazionarsi. Qualche scatto in compagnia di Antonio Banderas e di Armand Assante ci fu al gala ufficiale del festival organizzato da Pascal Vicedomini, ma nessuna frequentazione particolare.
Un atteggiamento il suo che ha finito per generare tanta la curiosita’ per quella che e’ la sua vita privata. Che resta un mistero, i virtu’ di questo suo atteggiamento, spesso da anti-diva, che la giovane attrice dimostra di mantenere in pubblico. Sempre da sola, anche quando comne in questi giorni ha deciso di concedersi dei rinfrescanti bagni nelle acque ischitane.
Anche in questa occasione l’attrice dagli occhioni verdi e con quel suo sorriso travolgente e la innata bellezza, che attirano tanta curiosità, è arrivata da sola sull’isola e non ha nessuno al suo fianco. Insomma, la vincitrice del Premio Malafemmena 2017 per la sua interpretazione da protagonista nel recentissimo “La parrucchiera”, concede davvero pochissimo al pettegolezzo estivo e abbastanza all’impegno sociale per la sua terra d’origine, considerato che in pochi mesi ha inaugurato ben sette centri antiviolenza nel napoletano.

“Trump il meno amato della storia”. E lui s’infuria: “Dati truccati”

Donald Trump si appresta a prestare giuramento come il presidente eletto meno popolare della storia degli ultimi 40 anni degli Stati Uniti. È quanto emerge da un sondaggio di Washington Post/Abc. Il suo rating non supera il 40%, mentre il 54% degli americani intervistati ha espresso un parere contrario all’operato di Trump dopo le elezioni. Prima dell’insediamento la popolarità di Barack Obama era al 79%, quella di George W.Bush al 62%, quella di Bill Clinton al 68%.

1444837153_Melania-Trump-590x413LUI RISPONDE COSÌ «Le stesse persone che hanno fatto i sondaggi elettorali falsi, ed erano così sbagliati, ora stanno facendo i sondaggi sul rating di approvazione. Sono truccati come prima»: Donald Trump reagisce subito su Twitter al sondaggio Washington Post/Abc che lo indica come il presidente eletto meno popolare della storia degli ultimi 40 anni degli Stati Uniti.

PUTIN LO DIFENDE DA OBAMA «Mi pare che loro, avendo fatto pratica a Kiev, siano pronti a organizzare un Maidan a Washington soltanto per impedire a Trump di entrare in carica»: lo ha dichiarato il leader del Cremlino, Vladimir Putin, puntando il dito contro l’amministrazione Obama. Dopo un incontro a Mosca con il presidente moldavo Igor Dodon, Putin ha accusato l’amministrazione presidenziale americana uscente di voler «legare le mani e i piedi» a Trump e ostacolare «la realizzazione delle proposte da lui fatte in campagna elettorale al popolo americano sia all’interno del paese sia nell’area internazionale». «Ma immaginatevi – ha proseguito Putin – come si può fare qualcosa per migliorare i rapporti russo-americani se vengono lanciate tali bufale come l’intromissione di qualche hacker nel corso della campagna elettorale». Il presidente russo ha poi ribadito la sua posizione sui presunti attacchi degli hacker russi contro il partito democratico: «Gli hacker – ha dichiarato – non hanno composto niente, non hanno inventato niente, chiunque fossero hanno soltanto portato a galla i materiali». Putin accusa l’amministrazione uscente di Barack Obama di voler «minare la legittimità del presidente eletto americano» Donald Trump. «Che cosa vediamo negli Stati Uniti? Vediamo – ha detto Putin – una continua e acuta lotta politica interna nonostante le elezioni presidenziali siano finite con una vittoria convincente del signor Trump. Nel corso di questa lotta – ha proseguito il leader del Cremlino – vengono fissati alcuni obiettivi», il primo è «minare la legittimità del presidente eletto americano». «I committenti delle notizie false» sul presidente eletto americano Donald Trump, «che le fabbricano, le usano nella lotta politica, sono peggio delle prostitute» e «non hanno alcun limite morale», ha dichiarato Putin, citato da Interfax. Secondo Putin, «difficilmente si può immaginare» che Trump abbia incontrato «le ragazze con un livello basso di moralità» poiché in Russia si occupava dell’organizzazione di un concorso di bellezza.

ANONYMOUS: ATTACCATELO Il gruppo di hacker Anonymous ha chiesto ai suoi sostenitori di attaccare il presidente eletto Donald Trump e di pubblicare informazioni riservate su di lui: lo scrive il quotidiano britannico The Independent sottolineando che uno degli account più noti associati al gruppo ha twittato una serie di accuse nei confronti del futuro presidente Usa incitando il suo pubblico a «prenderlo», in senso figurato. «Questi non sono più gli anni Ottanta, le informazioni non svaniscono, è tutto là fuori», si legge nell’account Twitter di YourAnonCentral: «Lei si pentirà dei prossimi quattro anni». Un altro tweet lancia l’appello ai sostenitori dell’organizzazione: «’Salvateci per favore!’… È il vostro dovere di adulti. Noi vi abbiamo dato le risorse, utilizzatele». Anonymous aveva preso di mira Trump prima che vincesse le elezioni con attacchi informatici che avevano provocato tra l’altro la chiusura temporanea del suo sito Internet.

David Bowie morto, addio all’uomo delle stelle. Il ritratto di Claudio Fabretti

È uscito di scena nel modo più spettacolare, quello che forse sognava, sicuramente quello che il suo genio visionario meritava. Al culmine della (ritrovata) popolarità, dopo aver appena pubblicato un album splendido, il suo migliore da diversi anni, di nome “Blackstar”. Un disco colmo di intuizioni musicali e di presagi inquietanti. David Bowie, il Duca Bianco, l’uomo delle stelle, l’alieno caduto sulla Terra, il fuoriclasse trasformista del rock mondiale saluta il mondo mentre il suo testamento musicale è appena uscito nei negozi (l’8 gennaio, proprio nel giorno del suo sessantanovesimo compleanno).

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L’annuncio è arrivato direttamente dal profilo Facebook del grande artista inglese e conferma è successivamente arrivata su Twitter dal figlio Duncan Jones, regista di sicuro talento che saprà tenere alto il nome del padre. Classe 1947, David Bowie lottava da 18 mesi una dura battaglia contro il cancro. Proprio mentre era alle prese con la malattia, ha registrato le canzoni – e i video, magnifici e disturbanti – di “Blackstar”. Un album il cui titolo, secondo il volere dell’autore, non andrebbe scritto ma solo illustrato grazie al disegno di una stella nera.  Accompagnato da un drappello di straordinari musicisti jazz, Bowie aveva ancora una volta spiazzato tutti, con un lavoro fatto di grandi orchestrazioni e arrangiamenti elettronici, di avant jazz e drum’n’bass: sette brani lunghi, addirittura di 10 minuti nel caso della traccia che dà il titolo al disco: una vera e propria suite, vicina al prog-rock, praticamente tre canzoni in una, con tanto di intermezzo soul, suggellata da un canto solenne, vicino a quello del suo maestro Scott Walker. Emozionava davvero ritrovare David al culmine dell’ispirazione, tra nuove allucinazioni scandite da ritmi robotici (“Girl Loves Me”), temerarie incursioni al confine col noise-rock (la scurissima “Lazarus”) o il drum’n’bass (“Sue”), struggenti ballate che riesumavano le atmosfere torbide e vellutate degli anni d’oro (“Dollar Days”, “I Can’t Give Everything Away”).  “Blackstar” è stata l’ultima prodezza di un artista che non ha mai smesso di stupire, neanche negli anni del suo (apparente) declino. Come spiegare, altrimenti, la magia di brani come “Loving The Alien” o “Absolute Beginners”, usciti nel pieno della crisi d’ispirazione degli anni Ottanta?  David Bowie è stato uno, nessuno e centomila. Un genio mutante, pervaso dall’incessante ansia di percorrere e precorrere i tempi: “Time may change me, but I can’t trace time” (“Changes”, 1971) è sempre stato il suo credo. Ma il trasformismo è stata solo la più appariscente tra le arti di questo indecifrabile dandy caduto sulla Terra, incarnazione di tutte le fascinazioni e contraddizioni del rock e, in definitiva, della stessa società occidentale. Nessuno come lui ha saputo mettere a nudo i cliché della stardom, il rapporto morboso, ma anche ipocrita, tra idoli e fan, il falso mito della sincerità del rocker, l’assurdità della pretesa distinzione tra arte e commercio. Bowie è stato anche uno dei primissimi musicisti a concepire il rock come “arte globale” (pop-art?), aprendolo alle contaminazioni con il teatro, il music-hall, il mimo, la danza, il cinema, il fumetto, le arti visive. Con lui è scomparso ogni confine tra cultura “alta” e “bassa”. Perché – secondo una sua stessa felice definizione – “è insieme Nijinsky e Woolworth”. È grazie ai suoi show che il palcoscenico del rock si è vestito di scenografie apocalittiche, di un’estetica decadente e futurista al contempo, retaggio di filosofie letterarie e cinematografiche, ma anche dell’arte di strada dei mimi e dei clown. E in ambito musicale la sua impronta è stata fondamentale nell’evoluzione di generi disparati come glam-rock, punk, new wave, synth-pop, dark-gothic, neo-soul, dance, per stessa ammissione di molti dei loro esponenti di punta. Ma il suo charme da dandy conturbante non è sfuggito neanche al cinema, che lo ha ritratto in una galleria multiforme di personaggi, dall’ufficiale inglese di “Furyo” (“Merry Christmas Mr. Lawrence”) all’improbabile sovrano di “Labyrinth”.  Esploso nel 1969 con la ballata spaziale di “Space Oddity”, ispirata dal leggendario “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, Bowie ha trovato il suo primo filone d’oro nel glam, nell’epopea dei dudes, i neo-fricchettoni degli anni 70 che stavano trasformando gli ormai vetusti raduni eco-pacifisti dei loro cugini hippie in uno sfrenato festival del kitsch. “Rock’n’roll col rossetto”, l’avrebbe ribattezzato scherzosamente John Lennon, che proprio insieme a Bowie firmerà “Fame”. Nascono così capolavori come “Hunky Dory”, trascinato dalla sempiterna “Life On Mars?”, “Ziggy Stardust”, monumentale concept-album ispirato all’alieno dai capelli color carota e dalla sessualità ambigua, e “Aladdin Sane”, il disco della saetta multicolore dipinta in viso, una raffinata dissertazione sui paradossi della fama e sull’alienazione della società occidentale.  Poi è stato il tempo di Berlino, ideale “tela” dello psicodramma curativo del Duca Bianco (“E’ stata la mia clinica”, ricorderà, dopo i terribili anni degli eccessi chimici nell’inferno di Los Angeles), ma anche metafora del suo senso di angoscia e smarrimento. Nella città tedesca, ancora lacerata dal Muro, è nata la trilogia espressionista concepita con Brian Eno (“Low”-“Heroes”-“Lodger”), che ha mutato per sempre i codici genetici del rock, aprendo la strada alla new wave più glaciale ed elettronica.  Sarebbe già bastato tanto, per incorniciare una carriera stellare. Ma poi sono arrivati negli anni altri colpi memorabili, da “Scary Monsters” (con l’altra allucinazione elettronica di “Ashes To Ahes” immortalata dal leggendario clown del videoclip) alla svolta patinata e discotecara di “Let’s Dance”, dalla riscossa degli anni 90 di lavori spiazzanti come “Earthling” e “Outside” alla inaspettata vena creativa di questi anni Dieci: prima il nostalgico “The Next Day”, poi l’ultima meraviglia di “Blackstar”, testamento definitivo della sua arte sconfinata.  Per il rock è una perdita incolmabile. Ma se è vero, come scrivono Fred Frith e Howard Howe nel saggio “Art Into Pop”, che “Bowie è una tela nera sulla quale la gente scrive i propri sogni”, non resterà che chiudere gli occhi per continuare a vivere sospesi per sempre nella sua polvere di stelle.

Kate Middleton, calo di eleganza e di popolarità

Kate-Middleton-Child-Schools-Awards-top-Hobbs-gonna-Jenny-Packham-scarpe-Jimmy-Choo-2I primi mesi della gravidanza l’avevano costretta a letto ma ora Kate Middleton ha decisamente riacquistato le forze. La duchessa di Cambridge, infatti, ha ricominciato a presenziare agli eventi di palazzo mostrandosi più radiosa che mai.
In occasione della prima edizione dei Child Schools Awards, premio promosso da Place2Be – la charity di cui è madrina che si occupa della salute mentale dei più piccoli – Kate ha deciso di aprire le porte di Kensington Palace, dove risiede con il marito William e il primogenito George. Nonostante i segni di stanchezza, Kate si è intrattenuta a lungo con gli ospiti, regalando sorrisi e comportandosi da perfetta padrona di casa.
Per la serata la Middleton ha optato per un look di classe ma non troppo azzeccato.
Gonna petrolio firmata Jenny Packham, top Emilia nero peplum con dettagli di pizzo e pois di Hobbs, brand caro alla duchessa, e le immancabili Jimmy Choo ai piedi: questa volta la scelta è caduta sul modello Mitchel in suede scuro.
Peccato che i capi scelti non stessero proprio bene insieme: la gonna era lucida e di seta, il top di un materiale molto più cheap. Per non parlare del colore… Il verde petrolio, abbinato ad un look total black, sembrava quasi un nero scolorito. Oltretutto, il volant della maglia, strategico nel coprire la pancia, era ridondante insieme alla gonna scampanata. Insomma, l’effetto finale era decisamente meno elegante del solito.
Anche la sua popolarità è in calo: a quanto pare i sudditi inglesi la vorrebbero più attiva, più audace e pronta ad esprimere le sue opinioni. Un piccolo errore di stile le si potrà perdonare?